intervento in occasione della presentazione del catalogo della mostra “Remo Salvadori” a cura di Elena Tettamanti e Antonella Soldaini, giovedì 5 marzo 2026 alle Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma
“L’armonia contaminata di Remo Salvadori”
Voglio ringraziare Remo Salvadori per avermi invitata a questa bella serata e complimentarmi con le curatrici del catalogo che, nella sua polifonia, riflette benissimo lo spirito di Remo, la sua capacità di armonizzare voci, competenze e provenienze diverse, anche difformi. E non uso questo termine a caso. Se dovessi sintetizzare in una parola l’indole e il lavoro di Remo userei proprio la parola “armonia”, una parola e un concetto che non amo e non mi è congeniale, prediligendo per carattere, storia e cultura la disarmonia, l’asimmetria, la dissonanza e la conflittualità. Afferma infatti Remo: «Preferisco essere in armonia che in disaccordo. Non sento la necessità di costruire sulla negatività»: un assunto condiviso da altri artisti – penso all’amico fraterno Marco Bagnoli – di una generazione di confine tra gli impegnati anni Settanta e i controriformistici anni Ottanta. La dimensione soggettiva, riammessa nell’arte, mira alla creazione di un rapporto con la realtà non più conflittuale né ideologico. «Diversamente dalla generazione nata nella guerra, in noi nati dopo la guerra l’aspetto ideologico era meno forte […] meno dogmatico, più aperto ai problemi interpersonali […]. Diciamo che la questione fondamentale era l’arte e i sistemi di rilevamento erano fondati sugli aspetti non ideologici. C’era piuttosto il superamento del concetto binario”. Armonia, dunque, versus conflittualità, rapporti interpersonali versus fronti contrapposti.
Eppure, l’armonia di Salvadori è benefica, come quella che regala agli amici intorno al tavolo della casa avita di Vinci. Benefica perché distante dalla stasi, fissità e rigidità implicita ad esempio nella geometria elementare che pure è così spesso la matrice dei suoi lavori. Lo scarto tra l’a-priori della forma e la contaminazione dei contesti in cui si manifesta, è la qualità e la prerogativa dell’armonia che nutre il carattere e l’opera di Remo Salvadori. Lo scarto, ad esempio, tra la forma quadrata del piombo, stagno, ferro, rame, mercurio, argento e oro, il suo alfabeto, e il suo imprevedibile aprirsi “nel momento”, oppure quello tra la circolarità del tavolo e il suo farsi “architettura dell’incontro”. Mi piace insistere sullo scarto generazionale. Per la generazione di Remo non si può che partire da Lucio Fontana che ha aperto la superficie allo spazio; lo ha fatto chirurgicamente, con estrema precisione e ponderatezza, ma il suo gesto risulta comunque cruento, un gesto di rottura con tutta l’arte precedente. “Concetto spaziale” è binario, non ammette mediazioni, o la superficie o lo spazio, o la scatola architettonica o lo spazio infinito orientato dalla luce.
Salvadori sostituisce allo squarcio la piega, un gesto pacato, accompagnato, dall’esito imprevedibile ma programmato, non drammatico ma decorativo. Tra Fontana e Salvadori si collocano allora le superfici trapunte di Castellani, in bilico tra le due e le tre dimensioni, imprevedibili nell’esito ma calcolatissime nel progetto binario che alterna positivo e negativo, rilievo e cavità.
Analogamente, la forma pura del tavolo diventa architettura dell’incontro, quando si popola di persone, come la prima volta nel Cantiere di S.Quirico d’Orcia nel 2003 e le tante a venire. Vale il confronto con un artista di almeno una generazione precedente, a Remo legato da stima e amicizia profonde. Nel 1972, lo stesso anno in cui Salvadori realizza Tavolo d’angolo nella sua prima residenza milanese a via Coiro, un tavolo curvo che non asseconda l’architettura ma la contrasta per consentirne la fruizione, Mario Merz licenzia A real sum is a sum of people, un lavoro fotografico realizzato nella mensa popolare di una fabbrica napoletana. Se, avverte il titolo, i numeri non sono entità astratte, ma legate alle persone, le foto mostrano i tavoli della mensa riempirsi progressivamente di gente secondo la proliferazione Fibonacci che si snoda , luminosa, alla loro sommità. L’anno successivo, nella galleria di John Weber a New York, lo spazio è ingombro di tavoli quadrati la cui dimensione varia secondo la stessa progressione, per contenere da 1 a 88 persone. Quei tavoli frugali consentono a Merz di visualizzare l’idea di crescita che governa l’universo, espressa in matematica dalla progressione Fibonacci e traducibile graficamente nella spirale. I tavoli sono, a suo dire, “un punto interrogativo che contrappongo allo spazio” statico e simmetrico, in nome del tempo. Palese la differenza con Salvadori, la stessa che corre tra il cerchio e la spirale, tra la forma chiusa e la sua infinita potenzialità, di nuovo tra una generazione in trincea e una in perplesso ripiegamento. Il tavolo di Salvadori è solido, circolare, finalizzato a incontri reali; quello di Merz è una possibilità: non vi siede nessuno ma potrebbe ospitare un numero di persone potenzialmente infinito. “Spesso penso al tavolo a spirale come a un modulo di architettura, cioé di fabbricare una città ideale in cui il centro sia legato alla periferia da un continuum e non da un fatto puramente casuale”. Ancora un’utopia.
Un ultimo esempio, un altro cerchio, esito della relazione con un contesto antichissimo.
Concepito nei primi anni Ottanta nella misura ridotta di 22 centimetri, “Continuo Infinito Presente” è esposto la prima volta nel 1985 a Genova, su una parete, come un’icona. E così sarà per 10 anni, fino al 1997, quando Salvadori lo trasferisce dalla parete nello spazio, in dialogo con l’architettura, il corpo, la natura. La crescita del diametro da pochi centimetri a qualche metro ne modifica sostanzialmente la «facoltà spaziale». Non più autonomo, si relaziona allo spazio ospitante e dialoga con i suoi abitanti: può abbracciare una colonna o una grande quercia oppure coagulare i frammenti lapidei del pavimento dell’antichissima sinagoga di Ostia antica dove nel 2007 partecipa alla quarta edizione di “Arte in Memoria”. All’inaugurazione, un pubblico rapito ha assistito alla costruzione, con una corda di ferro, di un cerchio perfetto, senza inizio né fine. Dopo essere stata avvolta per sei volte intorno all’anima che le dà forma, al settimo giro, i capi della corda hanno preso il posto dell’anima e sono rimasti avvinghiati per sempre.
«Veglia secolare cura le rovine inclinate» è il commento dell’artista. La memoria, cioè, che attraverso i secoli ha garantito a quel luogo la sua sacralità, è stata affidata alla veglia laica di un artista contemporaneo, aggiornando la sua vocazione millenaria di architettura dell’incontro.
Grazie.