da IL GIORNALE DELL’ARTE
di Elena Tettamanti
07 luglio 2026
L’innovativo «Artisti e architetti alla prova dello spazio: incontri e scontri» non è un libro politically correct: guarda agli artisti, agli architetti e alle opere non per il loro genere, nazionalità o etnia ma per la loro qualità e capacità di sovvertire codici consolidati
Il volume di Adachiara Zevi, «Artisti e architetti alla prova dello spazio: incontri e scontri» (Donzelli), affronta il rapporto tra arte, architettura e spazio, dal secondo dopoguerra ad oggi. Ne parliamo con l’autrice, architetto, storica dell’arte, presidente della Fondazione Bruno Zevi e dell’Associazione Arte in Memoria.
La domanda centrale è la possibilità di una sintesi tra arte e architettura che non implichi un sacrificio reciproco.
Esattamente. La possibilità esiste a condizione che vengano rispettate alcune premesse irrinunciabili: l’autonomia delle due discipline, l’individuazione delle loro prerogative e il rispetto delle loro differenze. Quando gli artisti s’improvvisano architetti, si limitano spesso a dilatare le dimensioni dell’opera d’arte, incuranti delle valenze spaziali che il salto di scala comporta. Quando invece gli architetti gareggiano con gli artisti per liberarsi da ossessioni funzional-razionaliste è forse ancora peggio, perché rinunciano allo spazio e si riducono a decorare e abbellire facciate e involucri anonimi. Ma ci sono casi molto positivi di collaborazione alla pari, già al tavolo da disegno.
Può fare qualche esempio?
Penso alla collaborazione tra artisti, architetti e luogo nello straordinario Mausoleo delle Fosse Ardeatine a Roma oppure a quella «di coppia» fra l’artista Yves Klein e l’architetto Claude Parent. Se Parent consente a Klein di visualizzare le sue idee sull’architettura dell’aria, Klein indica a Parent la strada per superare l’architettura moderna di stretta osservanza sposando il concetto di obliquità su cui si fondano tutti i suoi progetti.
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